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Parliamo di ‘Parler’

Da un giorno all’altro una organizzazione è stata messa fuori mercato dalla decisione del suo cloud provider. E’ il caso di Parler.

Quando Amazon Web Services ha deciso di bloccare, dalla sera alla mattina l’accesso della app Parler ai propri server, molti cittadini e commentatori europei hanno reagito con disagio. E così io.

Intendiamoci: non ero un utilizzatore di quella app (a dire il vero non ne avevo nemmeno mai sentito parlare). Apprendo (per esempio da questo articolo del Guardian), che buona parte dei contenuti condivisi su questo social media avevano dei toni velatamente (o palesemente) razzisti e discriminatori. Io disprezzo il razzismo e le discriminazioni in ogni forma e potrei perfino essere soddisfatto all’idea che oggi le persone e le organizzazioni razziste trovino meno facile diffondere le loro idee.

AUTORE

Massimo Baioni

Managed Cloud Services Consultant & Sales Manager

Ma questa è solo un aspetto della questione. Lasciando un attimo da parte la politica, cosa abbiamo visto? Una azienda privata (quella che gestiva Parler) ridotta all’impotenza da una decisione presa da un’altra azienda privata, da un suo fornitore che ha deciso di chiuderle l’accesso ai suoi servizi.

Mi chiedo se questo sarebbe potuto accadere se il cloud provider fosse stato una società svizzera. Credo di no, credo che una scelta di questo tipo non sarebbe nemmeno venuta in mente in un Paese radicato nel suo liberalismo ‘vecchio stile’ e lenta (certo, a volte troppo lenta) nell’adeguarsi all’evoluzione della pubblica opinione. Questa comunque è una ipotesi.

La libertà di scelta

Una certezza, o meglio quella che sembra essere una certezza, è che Parler non è stata in grado di spostare le sue operazioni dalla sera alla mattina su un altro cloud. Per quale ragione? Probabilmente Parler usa (o meglio utilizzava) AWS non solo per immagazzinare e gestore i suoi dati e come fornitore di connettività . Probabilmente il software di questa app era inestricabilmente legato ad AWS utilizzando i suoi microservizi nella logica Software as a service. La app si è registrata domenica 17 su un diverso server e sembra di capire che i gestori della app stiano al momento freneticamente riscrivendo il codice in modo da tornare operativi.

Politica a parte questo è un rischio, se vogliamo un tail risk, una eventualità improbabile ma potenzialmente devastante. In pochi giorni, intorno a una società piccola e sconosciuta, si è formato un consenso in parte dell’opinione pubblica e su questa base, senza alcun intervento giudiziario o amministrativo ma solo sulla base delle scelte di un fornitore, questa società si è trovata impossibilitata ad operare.

I tail risk accadono e una società deve esserne cosciente. Le formule come Software-as-a-service e Functions-as-a-service offrono certo dei vantaggi in termini di costi, di flessibilità, di time to market. Queste formule però creano situazioni di vendor lock-in che possono sostanzialmente ridurre la libertà d’azione di una società

Viceversa, se una organizzazione utilizza la formula Infrastructure-as-a-service (anche appoggiandosi a un cloud service) e usa applicazioni che non dipendono da un particolare fornitore, può spostare in pochi giorni la sua operatività da un provider all'altro.

Un fornitore, anche se è il più grande e il più avanzato tecnologicamente, non deve poter diventare il padrone o il giudice senza appello di una società.

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